Quanto conosci queste MST?

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E’ l’infezione virale più comune al mondo. Si stima infatti che l’80% della popolazione sia, o sia stata, in un momento dato della vita, infettata con uno o più tipi di HPV. E’ quindi molto elevato il numero dei portatori sani. La trasmissione di questi virus è sessuale (altre ipotesi non sono dimostrate) e può avvenire con qualunque modalità di rapporto (vaginale, anale, orale); in realtà però, per contagiarsi è sufficiente un semplice contatto tra cute e/o mucose, dato che il virus HPV viene liberato attraverso le cellule superficiali della cute (strato corneo); ciò ne spiega l’enorme diffusione. Gli HPV vengono classificati, in base alle loro caratteristiche genetiche, in diversi tipi (attualmente più di 200), di cui circa 40 possono localizzarsi a livello genitale e/o orale. Un’ulteriore classificazione, basata sul potenziale ruolo oncogeno (capacità di provocare tumori) di alcuni tipi, li distingue in HPV a rischio basso, intermedio o elevato. E’ noto da molto tempo che alcuni tipi di HPV (in particolare HPV16 e HPV18) provocano il tumore del collo dell’utero nelle donne, ma vi sono dati emergenti sul loro ruolo nel determinare anche alcune tipologie di tumori anali e del cavo orale, più raramente del pene. E’ importante però sapere che nella grande maggioranza dei casi il virus HPV scompare spontaneamente dalle zone infettate nell’arco di qualche mese e che non è sufficiente la sola presenza del virus per provocare un tumore (questi sono infatti legati al fenomeno della persistenza e ad un inadeguato funzionamento del sistema immunitario). Il ruolo della prevenzione è quindi cruciale per il controllo dell’infezione da HPV. Nella donna è prassi ormai consolidata da molti anni eseguire regolarmente il Pap-test (che evidenzia alterazioni delle cellule), a cui si è di recente aggiunto l’HPV test (per riconoscere il tipo di HPV eventualmente presente). Tale necessità sembra affermarsi sempre di più anche rispetto alla prevenzione dei tumori anali, tra le persone in cui vi siano fattori di rischio (rapporti anali e infezione da HIV). L’HPV test non va invece utilizzato come screening sulla popolazione generale clinicamente sana, dato che un’eventuale positività non va considerata significativa. Non esistono invece esami del sangue specifici. Ma è ancora più importante che venga implementato il ricorso alla vaccinazione preventiva per le bambine, da estendere anche ai maschi (attualmente è disponibile un vaccino nonavalente, contro 9 ceppi di HPV), poiché solo una copertura vaccinale più estesa potrà garantirne l’efficacia. Non va poi dimenticato il ruolo del preservativo che, anche se non è sempre protettivo nel caso dell’infezione da HPV, è di fondamentale importanza per la prevenzione di questa e di altre IST.

Le verruche genitali (chiamate così perché simili a quelle che interessano altre parti del corpo, come le mani) rappresentano la manifestazione clinica più comune dell’infezione da HPV. Hanno l’aspetto di papule (rilevatezze o escrescenze), in genere dello stesso colore della pelle normale, di dimensioni variabili, isolate o raggruppate tra loro, talora a forma di “cavolfiore”. Interessano entrambi i sessi e possono localizzarsi a tutta la regione genitale: parte esterna ed interna del prepuzio, glande, meato uretrale, vulva (grandi e piccole labbra), vagina, cervice (collo dell’utero), pube, regione anale (perianale e parte della zona rettale); possono ritrovarsi anche a livello del cavo orale. Di solito non danno sintomi, a volte causano prurito, o fastidio, se sono numerose. L’incubazione è variabile (da tre settimane, fino ad un anno). La diagnosi è clinica (attraverso l’osservazione diretta delle lesioni, con una semplice visita). Non occorrono particolari esami di laboratorio, perché i condilomi sono, in genere, facili da riconoscere e perché sono di natura benigna (sono provocati infatti da HPV6 e HPV11, appartenenti al gruppo “a basso rischio”). L’indicazione terapeutica è, in ogni caso, l’asportazione, per evitare che aumentino, che durino a lungo (persistenza) e per limitare le possibilità di contagio per i/le partner. Esistono molti metodi per trattare le verruche genitali: asportazione (con bisturi elettrico, laser o chirurgia), crioterapia, applicazione di creme o acidi specifici). La scelta del metodo migliore va effettuata caso per caso. La guarigione può essere lunga, perché spesso si va incontro a recidive (episodi ripetuti nel tempo), legate alla quantità di virus presente e all’efficienza delle difese dell’organismo (sistema immunitario). Non è necessario trattare i partner asintomatici. Va precisato che tutte le terapie in uso provocano la scomparsa delle lesioni visibili, ma non garantiscono la scomparsa del virus da cute e mucose. Se non vengono trattate, le verruche genitali possono persistere, oppure aumentare di numero e di dimensioni, ma, a volte, possono regredire spontaneamente. Va ricordato che le verruche genitali, o condilomi, per quanto fastidiose e contagiose, non rappresentano un pericolo per la salute e non vanno identificate o confuse con altre problematiche legate ad altri tipi di HPV (per questo è sconsigliata l’esecuzione di HPV test). E’ consigliata invece la vaccinazione, per entrambi i sessi, da effettuare in età scolare (11 anni).

Esistono due tipi di HSV (Herpes Simplex Virus): HSV1, responsabile soprattutto dell’herpes labiale, acquisito in genere durante l’infanzia e HSV2, che provoca l’herpes genitale, che si acquisisce dopo l’esordio dell’attività sessuale. E’ però possibile, per motivi legati alle modalità di rapporto sessuale, ritrovare il tipo 2 sulle labbra, o il tipo 1 sui genitali. Le manifestazioni cliniche visibili dell’herpes genitale sono simili a quelle (più note e chiamate comunemente “febbri”) che possono comparire sulle labbra. Consistono nella comparsa di vescicole raggruppate a grappolo, a contenuto liquido, che, rompendosi, provocano la formazione di erosioni (escoriazioni). L’esordio delle lesioni è di solito preceduto e/o accompagnato da senso di tensione, prurito, bruciore o dolore. Possono localizzarsi a livello di prepuzio, vulva, cervice e zona perianale. I linfonodi vicini al punto d’insorgenza sono spesso ingrossati. Il virus dell’herpes, una volta acquisito, rimane nell’organismo, vivendo in stato di latenza a livello delle terminazioni nervose vicine al punto d’ingresso. In presenza di fattori favorenti (malattie concomitanti, immunodepressione, eventi stressanti, fisici o psicologici, esposizione al sole…) il virus si può riattivare e provocare una nuova manifestazione clinica dell’herpes. Tale meccanismo, detto recidiva, si può ripresentare con una frequenza variabile. L’infezione erpetica può avere quindi diversi scenari: molte persone possono essere dei “portatori sani” (cioè avere il virus dell’herpes e non manifestarlo), altri avranno un solo episodio nella vita (detto “primo episodio”), altri ancora andranno incontro a recidive (diversi episodi, con frequenza variabile). I casi in cui al contagio faccia seguito la comparsa di lesioni (dopo circa 15 giorni di incubazione) vengono invece definiti come “prima-infezione” erpetica; questi si osservano soprattutto nelle ragazze. Il contagio avviene prevalentemente durante l’episodio clinico, ma si può verificare anche quando le lesioni non sono presenti. Il preservativo è consigliato, ma non protegge nel 100%dei casi. La diagnosi di herpes genitale è, di solito, clinica, ma vi sono esami di laboratorio (colture, PCR), da utilizzare in casi dubbi o selezionati. Esistono anche esami del sangue per la ricerca degli anticorpi, ma non sono sempre utili, perché spesso non distinguono un’infezione in atto da una pregressa. Non è quindi indicato uno screening di popolazione, fatta eccezione per le donne in gravidanza, che vanno adeguatamente controllate. Non esiste una terapia specifica per questi virus. In genere, la guarigione avviene spontaneamente nell’arco di alcuni giorni. Vi sono però dei farmaci antivirali, che possono essere utilizzati nel singolo episodio clinico, per accorciarne la durata ed alleviarne i sintomi, oppure, nelle persone che soffrono di recidive, per renderle meno frequenti, allungando i periodi di benessere. Le terapie topiche (creme e altro) non sono utili. I partner asintomatici non vanno trattati.

HIV

Il virus HIV (Human Immunodeficiency Virus) appartiene ad una particolare famiglia, quella dei “retrovirus”. La sindrome da immunodeficienza acquisita (nota come AIDS) rappresenta l’estremo stadio clinico evolutivo dell’infezione da HIV; oggi è di rara osservazione (si manifesta per lo più in casi non monitorati e non trattati o in caso di diagnosi tardiva). I bersagli preferiti del virus HIV sono un gruppo particolari di linfociti, detti CD4, che sono i principali responsabili delle difese dell’organismo. L’infezione da HIV può quindi provocare un indebolimento progressivo delle difese immunitarie, che può condurre all’insorgenza di infezioni o di tumori, detti “opportunisti” (non pericolosi in condizioni di conservata immunità). Dopo essere venuta a contatto con il virus HIV, una persona diventa “sieropositiva”, cioè produce anticorpi contro il virus HIV, rilevabili nel sangue con un prelievo. Il periodo di tempo che va dal momento del contagio al momento in cui compaiono (e possono essere evidenziati con un prelievo) gli anticorpi nel sangue viene definito “periodo finestra” e dura, attualmente, 3-4 settimane. Il virus HIV è trasmissibile per via sessuale (con ogni modalità di rapporto non protetto, anche se con diversi gradienti di rischio), con il sangue (aghi, strumenti, trasfusioni infette), o per via verticale (passaggio da madre infetta a feto o neonato). La trasmissione sessuale rappresenta la modalità più diffusa nel mondo e avviene attraverso il contatto con liquidi biologici infetti (sperma, secrezioni vaginali, sangue) e le mucose. Le persone “HIV positive” sono, in genere, asintomatiche, anche se, a volte, al momento della siero conversione possono comparire febbre, astenia, linfonodi ingrossati. Non esistono però sintomi specifici dell’infezione da HIV. Le infezioni e la altre patologie opportunistiche, tipiche delle fasi avanzate dell’infezione da HIV (AIDS), hanno invece caratteristiche specifiche, ma sono oggi di rara osservazione. La diagnosi di infezione da HIV si fa attraverso un prelievo di sangue (il “test HIV”); perché il test sia attendibile devono essere passate 3-4 settimane dall’ipotetico rischio. Gli attuali test (di ultima generazione, che evidenziano la presenza di anticorpi, ma anche di parti del virus) permettono infatti di accorciare, rispetto ad un tempo, il periodo finestra. Esistono attualmente anche test “rapidi”, che permettono di avere una risposta in pochi minuti In ogni caso, tutti i test che risultano positivi, vanno ricontrollati con un ulteriore test, detto “di conferma”. In caso di positività, occorre rivolgersi ad un reparto di malattie infettive, per la “presa in carico”, che consiste nella valutazione di alcuni parametri, primi tra tutti lo studio del sistema immunitario (numero dei linfociti CD4) e lo stato di replicazione del virus (carica virale) e nella prescrizione personalizzata dei farmaci antiretrovirali. Non esiste infatti, a tutt’oggi, una terapia che elimini definitivamente il virus (anche gli studi sui vaccini non sono avanzati), ma vi sono numerose molecole di antiretrovirali altamente efficaci, che garantiscono una buona conservazione del sistema immunitario e mantengono bassa la carica virale (limitando o azzerando anche la contagiosità), consentendo una “normale” aspettativa di vita. Il consiglio è comunque quello di utilizzare il preservativo (durante tutte le modalità di rapporto sessuale), anche per proteggersi contro le altre IST e di eseguire il test HIV.

L’epatite virale è un’infiammazione del fegato, acuta o cronica, che può essere provocata da vari tipi di virus : HAV (epatite A), HBV (epatite B) e HCV (epatite C), La trasmissione avviene attraverso i rapporti sessuali e il sangue e decorre spesso in modo asintomatico (l’organismo riesce a liberarsi spontaneamente del virus); solo la presenza di anticorpi nel sangue testimonia, nella maggior parte dei casi, la pregressa infezione. L’epatite A (incubazione tra 15 e 50 giorni) si trasmette per via oro-fecale, attraverso cibi o bevande contaminati, ma può essere trasmessa anche con pratiche sessuali che coinvolgano la bocca e l’ano, o le mani. Fortunatamente non cronicizza mai; solo in rari casi può avere un decorso “fulminante”. E’ importante utilizzare il profilattico e lavarsi bene le mani. L’epatite B (incubazione 40-160 giorni) nel 5-10% dei casi cronicizza (l’organismo non riesce a liberarsi del virus); le forme “attive” possono evolvere in cirrosi, che favorisce lo sviluppo di cancro al fegato. Non esistono cure specifiche, ma vi sono farmaci utilizzabili con successo nelle forme croniche. Il virus dell’epatite C (incubazione 15-180 giorni) è trasmesso principalmente con il sangue, più raramente con i rapporti sessuali (legato al numero di rapporti non protetti e al gradiente di rischio). Di solito l’infezione è asintomatica, ma nel 60-70% dei casi si cronicizza e, con il tempo, può trasformarsi in cirrosi o provocare tumori. Il decorso dell’epatite C cronica può essere accelerato dalla presenza del virus HIV. Quando sono presenti sintomi, questi consistono in astenia, febbre, vomito, ittero (colore giallo della pelle e della congiuntiva), che, in pochi casi, richiedono il ricovero in ospedale. In caso di infezione è importante anche seguire norme dietetiche e stili di vita adeguati (evitare alcol, cibi grassi, droghe). Per sapere se si è stati esposti al contagio, è sufficiente un prelievo di sangue, che, a livello di screening, mette in evidenza la presenza eventuale di anticorpi. Per la prevenzione è fondamentale l’uso del profilattico. La modalità di prevenzione più efficace si basa però sull’esecuzione della vaccinazione (contro l’epatite A, volontaria, e l’epatite B, introdotta ormai da anni tra le vaccinazioni scolastiche; mentre non esiste vaccino per l’epatite C).

E’ un’infezione che si trasmette con i rapporti sessuali (vaginali, anali e orali), ma anche con il sangue e durante la gravidanza, da madre infetta a feto (trasmissione verticale). E’ provocata da un batterio, detto Treponema pallidum, che, in caso di contagio sessuale, penetra nell’organismo attraverso le mucose di vulva, vagina, pene, ano o bocca, poi passa nella circolazione sanguigna, diffondendosi a tutti gli organi e tessuti. Dopo due-dodici settimane dal rapporto sessuale con una persona infetta compare la cosiddetta “fase primaria”: nel punto in cui è avvenuto il contagio, compare un arrossamento, seguito velocemente da un’ulcerazione, di solito non dolente. Possono però essere ingrossati i linfonodi vicini. Le lesioni scompaiono spontaneamente, anche senza cure, ma l’infezione procede verso la “fase secondaria”, che compare dopo uno-tre mesi, ed è caratterizzata da macchie, di colore roseorosso, di solito non pruriginose, localizzate sulla pelle (spesso a mani e piedi) o ai genitali e sulle mucose. A volte si possono avere sintomi molto simili a quelli dell’influenza, e pertanto confondibili con questa, come febbre, stanchezza, mal di testa, dolori articolari. Dopo la scomparsa spontanea di queste lesioni, la sifilide, pur essendo presente, diventa asintomatica e può essere diagnosticata solo attraverso l’esecuzione di test specifici, con un prelievo di sangue. Se non viene curata, la sifilide può dare complicanze nel tempo, colpendo molti organi interni, come il cuore e, soprattutto, il sistema nervoso (sifilide neurologica). La diagnosi può essere clinica (basata quindi sull’osservazione e il riconoscimento delle lesioni specifiche), ma deve essere sempre confermata con i test sierologici; a volte può essere difficile, perché facilmente confondibile con altre malattie che interessano cute e mucose, per cui è meglio rivolgersi a uno specialista. La terapia, tranne in caso di allergia, si esegue con iniezioni di penicillina, con dosaggi adeguati allo stadio dell’infezione. Vanno poi controllati gli esami del sangue, ripetendo il prelievo a distanze seriate. E’ necessario controllare anche il/i partner. Anche i criteri di guarigione della sifilide sono di difficile definizione, in particolare può presentare difficoltà l’interpretazione dei test sierologici, per cui occorrono conoscenze specifiche ed esperienza. Il preservativo, utilizzato sempre e per ogni modalità di rapporto sessuale, protegge efficacemente dal contagio.

La gonorrea, detta anche blenorragia o, con termine popolare, “scolo”, è un’infezione batterica molto comune, provocata da Neisseria gonorroeae (gonococco). Il batterio colpisce le mucose (canale uretrale, cervice, canale anale, gola), provocandone un’infiammazione. La trasmissione è esclusivamente sessuale. Il periodo d’incubazione va da alcuni giorni a non più di un mese. La forma clinica più tipica, e più facilmente riconoscibile è l’uretrite acuta maschile, in cui si verifica la fuoriuscita di pus, di colore giallo-verdastro,spesso abbondante, dal meato uretrale. Possono coesistere prurito, bruciore alla minzione e tendenza ad urinare più spesso del solito. Le complicanze sono rare, ma possibili se l’infezione viene trascurata, o curata in modo improprio. Si tratta soprattutto di epididimiti (infiammazioni dei testicoli, con dolori addominali) e della prostata, con febbre e dolori ad urinare. L’infezione può però essere anche asintomatica, ma ugualmente trasmissibile. La gonorrea è più spesso asintomatica nelle donne. Quando invece i sintomi sono presenti, consistono in secrezioni (perdite) vaginali, o dolori e bruciori a urinare. Se trascurata o trattata in modo non corretto, l’infezione passa attraverso il collo dell’utero e raggiunge le tube, provocandone l’infiammazione, che, nei casi più gravi, può associarsi a dolori addominali e febbre. L’infiammazione cronica può esporre al rischio di gravidanze extra-uterine e provocare sterilità. L’infezione da gonococco può localizzarsi anche al canale anale (proctite) e alla gola (faringite), sia negli uomini che nelle donne. In questi casi è più spesso asintomatica. La diagnosi può basarsi sulla clinica solo nelle forme più eclatanti di uretrite acuta maschile. Va comunque confermata con esami di laboratorio (colturali o di biologia molecolare), mediante le urine o tamponi dalle diverse sedi anatomiche. Non esistono esami del sangue utili per la diagnosi. La terapia è fortemente condizionata dal fatto che, nel tempo, il gonococco è diventato resistente a molti degli antibiotici che venivano utilizzati, per cui è consigliabile attenersi alle linee guida, che indicano l’uso di cefalosporine e azitromicina, per 1-2 giorni. Durante la terapia e per alcuni giorni dopo bisogna astenersi dai rapporti sessuali, o utilizzare il preservativo. La terapia va estesa anche al/i partner. L’utilizzo del preservativo, in ogni tipo di rapporto, è protettivo.

L’infezione da Clamidia è una IST molto comune, in particolare tra i giovani (< di 25 anni), di entrambi i sessi. E’ provocata da un batterio, Clamidia trachomatis, che determina un’infiammazione delle mucose. Può interessare pertanto il canale uretrale (uretrite), la cervice uterina (cervicite), il canale anale (proctite) e la gola (faringite). La localizzazione dipende dalla modalità del rapporto contagiante. La trasmissione è esclusivamente sessuale. Il periodo d’incubazione è di circa tre settimane. I sintomi, in caso di uretrite maschile, sono dati da secrezioni (perdite), in genere non troppo abbondanti, di colore bianco o giallastro. Si può avvertire dolore o bruciore quando si urina, o dolore ai testicoli. Spesso però i sintomi mancano completamente, ma l’infezione può essere ugualmente trasmessa: Se non curata, può coinvolgere i testicoli e la prostata. Nella maggioranza delle donne l’infezione da Clamidia è asintomatica. Talora vi possono essere disturbi, come perdite vaginali, bruciore a urinare, dolori addominali o perdite di sangue durante o dopo i rapporti. Nei casi più gravi si possono avere complicanze; l’infezione può infatti risalire dal collo dell’utero ed estendersi alle tube, causandone l’infiammazione (malattia infiammatoria pelvica), con febbre e dolori addominali e possibile esito in gravidanze extrauterine e sterilità. La diagnosi clinica non è attendibile, per cui bisogna ricorrere ad esami di laboratorio, in particolare tecniche di biologia molecolare (PCR), utilizzando come campioni urine e tamponi. Le faringiti da Clamidia sono rare e quasi sempre asintomatiche; per le proctiti la situazione è simile, fatta eccezione per alcuni ceppi di Clamidia particolarmente virulenti, che possono dare, in alcuni casi, quadri clinici acuti. La terapia si fa con antibiotici specifici (di solito tetracicline) e va estesa al/ai partner. Durante la terapia è consigliabile astenersi dai rapporti, o proteggersi. Il preservativo, utilizzato in ogni modalità di rapporto, è altamente efficace per la prevenzione. Data l’elevata diffusione in età adolescenziale e giovanile, in particolare tra le ragazze, in alcuni stati europei sono in atto politiche di screening che dovrebbero essere introdotte a breve anche in Italia.

Si tratta di infezioni molto diffuse, ma meno rilevanti come impatto sulla salute. I MOLLUSCHI CONTAGIOSI sono provocati da un virus (poxvirus), frequente soprattutto nei bambini. La diffusione dell’infezione è favorita dalla vita di comunità, (si osserva facilmente a livello di collettività, come scuole, palestre, caserme). Il contagio, in tutti questi casi, avviene per contatto diretto con le lesioni, oppure attraverso l’uso comune di indumenti e asciugamani. Il contagio tra adulti può verificarsi anche attraverso i rapporti sessuali. Dopo un’incubazione va da due settimane a tre mesi, compaiono piccole escrescenze rotondeggianti, biancastre, con una minuscola concavità centrale, localizzate su tutto l’ambito cutaneo o ai genitali esterni (in caso di contagio sessuale). La diagnosi è esclusivamente clinica, non esistendo esami di laboratorio specifici. La terapia consiste nell’asportazione delle lesioni (chirurgica o con l’applicazione di topici), ma sono frequenti le recidive. A volte, vi può essere guarigione spontanea. Il preservativo, che va comunque consigliato, conferisce una protezione parziale. La PEDICULOSI DEL PUBE non è un’infezione, ma un’infestazione ed è provocata da un insetto, lo Phtirius pubis, più noto con il nome di “piattola”. Le piattole si trasmettono per contatto diretto con una persona affetta o per contatto con lenzuola o indumenti infestati, quindi non è strettamente necessario un rapporto sessuale. I parassiti si attaccano ai peli, si nutrono di sangue e depongono le uova, provocando prurito e irritazioni. La diagnosi è clinica. La terapia è semplice e si basa sull’applicazione di lozioni e creme specifiche (per lo più a base di permetrina). La SCABBIA è un’infestazione, provocata da un acaro (Sarcoptes scabiei), attraverso il contatto diretto con una persona affetta, o con indumenti o lenzuola. L’acaro penetra nella pelle, dove scava piccole gallerie e depone le uova, provocando lesioni specifiche ed un forte prurito, prevalentemente notturno. La diagnosi può essere clinica, ma a volte è opportuno confermarla con l’osservazione dell’acaro al microscopio. Per la terapia vanno utilizzate lozioni e creme specifiche, per lo più a base di permetrina o di benzoato di benzile.

Le infezioni sessualmente trasmesse o trasmissibili (IST), o malattie sessualmente trasmesse (MST) rappresentano un vasto gruppo di patologie diffuso in tutto il mondo. Costituscono un rilevante problema di salute pubblica, con importanti implicazioni, non solo a livello sanitario, ma anche sociale ed economico. Si possono contrarre attraverso rapporti (a volte anche solo contatti) sessuali con altre persone che ne siano affette ed interessano entrambi i sessi. Possono essere provocate da una trentina di agenti patogeni, di diversa natura: batteri, virus, protozoi, parassiti. Per questo motivo, alcune sono facilmente curabili (con antibiotici o antiparassitari), per altre (quelle virali) non esistono terapie definitive. Se non trattate, trascurate. O curate in modo improprio, molte IST possono provocare complicanze a distanza, per cui è auspicabile giungere a diagnosi il più precise possibili, mediante visite specialistiche o l’esecuzione di esami di laboratorio. L’uso corretto e costante del preservativo ne impedisce (in alcuni casi ne limita) il contagio. Contro alcune IST, esiste la possibilità di vaccinarsi preventivamente. Se sono presenti sintomi, o si pensa di essere stati contagiati, o per motivi di prevenzione, o solo per avere informazioni, ci si può rivolgere allo specialista. Una corretta diagnosi e terapia permettono di curare i sintomi, prevenire le complicanze e interrompere la catena del contagio. A volte può essere di aiuto anche il counseling psicologico. Va ricordato che la prevenzione delle IST ha una ricaduta efficace anche sulla prevenzione dell’infezione da HIV. In occasione della diagnosi di IST va infatti proposta l’esecuzione del test HIV. E’ consigliabile sottoporsi a controlli per le IST (con esami delle urine, tamponi e prelievi di sangue) e per l’infezione da HIV (con prelievo di sangue) ogni tre-sei mesi (se si hanno rapporti non protetti e con più persone), oppure se si ritiene di avere corso un ipotetico rischio (al termine degli specifici “periodi finestra”).